Social recruiting: cosa c’è da sapere?

Molte aziende sanno che, per poter tenere testa ai competitor sul loro stesso mercato, devono accaparrarsi il meglio possibile, ovvero puntare al talento delle persone (per approfondire l’argomento clicca qui).
Di conseguenza, il recruiting delle nuove risorse diventa sempre più mirato al valore che esse possono apportare alla realtà lavorativa nella quale vengono introdotte.
Ma se volgessimo uno sguardo al passato, e osservassimo quello che accade oggi, qual è stata l’evoluzione dei metodi di selezione?

È presto detto.
Se negli anni ’80 i selezionatori cominciano ad avere i primi computer a supporto del loro lavoro, il percorso negli anni ’90 continua con la possibilità di pubblicare annunci di lavoro su bacheche online (effettivamente usate tuttora), fino ad arrivare, negli ultimi tempi, al cosiddetto social recruiting.  E alla fine, non è difficile comprenderne i motivi.

  • La maggior parte dei contesti lavorativi si evolvono in maniera rapidissima. Il selezionatore deve, quindi, interpretare esigenze e necessità dell’azienda, ed individuare la risorsa più adeguata, il più velocemente possibile.
  • Il recruiting sui social permette ai selezionatori di effettuare una primissima scrematura online, fornendogli informazioni utili per la scelta dei profili.
  • Il selezionatore non svolge più un’attività passiva, a ma diventa dinamico e interattivo nella ricerca dei candidati.
  • Il numero di eventuali candidati con i quali entrare in contatto è potenzialmente vastissimo.
  • I costi di selezioni sono tagliati quasi del tutto, considerate le fasi informatizzate del processo.
  • I tempi del processo sono molto più ridotti: attraverso i social la posizione vacante verrebbe ricoperta in circa una settimana e con la selezione online risultano sufficienti due settimane, a fronte delle quattro richieste dal processo di selezione offline.

Ad avvalorare quanto appena scritto, pensate che nel 2014 Adecco (multinazionale di HR) ha pubblicato un rapporto dedicato alla nuova piazza di collocamento, i social media, appunto.
Condotto dall’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, durante la ricerca sono stati interpellati 1500 recruiter da 24 Paesi e 17mila candidati. Cosa ne è risultato?

  1. Che il recruiting avviene ormai sul web: nel 2013 si è trattato del 53% delle attività di selezione, nel 2014 il 61%. Il 56% dei potenziali candidati ha diffuso il suo curriculum vitae tramite le piattaforme social: LinkedIn in testa con il 41% delle preferenze, segue Facebook con il 23%.
  2. Che sui canali online si vanno a pescare per la maggior parte profili per i settori delle vendite (54,2% dei profili), dell’amministrazione e finanza (45,8%) e del marketing (40,8%).
  3. Che, aimè, a trovare effettivamente lavoro esclusivamente sui social erano ancora in pochi: in media il 7% dei candidati. Ma un motivo c’era: la prima cosa che i recruiter fanno è controllare puntualmente i canali social dei candidati. E questo valeva due anni fa come oggi.
    Quindi attenzione a foto particolarmente colorite, commenti inopportuni o politiche. I canali web sono una vetrina, e noi ci vendiamo per quello che diamo a vedere.

Questo perché è vero che si seleziona in base a precedenti esperienze lavorative, riconoscimenti professionali  e successi, ma non dimentichiamoci che i selezionatori sono comunque esseri umani, e che la personalità e i messaggi che si trasmettono sono fondamentali.

 

 

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