Smart working in Italia: a che punto è il nostro Paese?

Non è sempre detto che smart si riferisca alla tecnologia. Quando parliamo di smart working, ad essere smart sono le persone.

Flessibilità, autonomia lavorativa, efficienza, equilibrio casa-lavoro: tutto questo è smart working, la modalità di lavoro dall’impronta americana che sta prendendo sempre più piede anche nel nostro Paese.
Un esempio attualissimo? Cattolica Assicurazioni. Il Responsabile dell’organizzazione, Marco Posocco, ha detto: “Cerchiamo di inserire i nostri talenti aziendali dove possono dare valore e un reale contributo. Il segreto è lavorare per obiettivi: in questo modo, anche l’orario di lavoro può diventare più flessibile. Non a caso stiamo dando spazio sempre maggiore allo smart working, con orari personalizzati e la possibilità di operare da casa nel corso della settimana.”

Grazie alla cosiddetta Legge Lavoro Agile, pubblicata in Gazzetta Ufficiale nel maggio 2017, questa modalità di approccio al lavoro è stata ufficialmente regolamentata, così da fornirle un inquadramento legislativo a tutti gli effetti.
Interessante è analizzare in che modo, e con quali tempi, lo smart working si stia diffondendo in Italia, e un contributo concreto arriva dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, che nel report 2017 mostra una situazione in rapida evoluzione.
Dai dati del report si evince che ben il 36% delle grandi aziende (con più di 250 dipendenti o un fatturato oltre i 50 milioni di euro) ha già avviato progetti strutturati di smart working. Il 50%, invece, si è dichiarata pronta ad avviare un progetto di questo tipo a breve.
Per quanto riguarda le PMI, la situazione cambia: appena il 7% ha messo su progetti di smart working, nonostante l’interesse crescente verso questo approccio.
Per quali ragioni, quindi, il lavoro agile sta incontrando degli ostacoli? Eccone alcune:

  1. Mancanza di policy organizzative, di spazi di lavoro adeguati e di tecnologie che permettano la facilitazione di questo approccio lavorativo, freno importante soprattutto per imprese molto piccole;
  2. Resistenza dei lavoratori all’uso della sorveglianza elettronica, o comunque mancanza di controllo basato su regole e procedure formali, sulla programmazione di incontri sistematici, su sistemi di performance management e strumenti di monitoraggio elettronico;
  3. Discussioni su come valutare l’avanzamento delle attività, le tempistiche e gli obiettivi;
  4. Scetticismo da parte dei manager, soprattutto di quelli timorosi di non avere la situazione dei proprio collaboratori sotto controllo;
  5. Mancanza di formazione per i manager, che ponga al centro comunicazione, acquisizione di tecniche di ascolto e capacità di fornire supporto alle persone anche da remoto;
  6. Cultura organizzativa poco basata sulla fiducia;
  7. Focus sul controllo del lavoratore, non del lavoro svolto.

Tutte queste ragioni mettono in evidenza un unico fatto: le organizzazioni dovrebbero puntare a stabilire un equilibrio tra i vari meccanismi di controllo, tenendo conto delle esigenze dei lavoratori e delle loro aspettative, perché solo in questo modo si potranno condividere norme e valori, mantenendo alto il senso di commitment.

Lo smart working è una vera rivoluzione culturale, che impone all’azienda di riorganizzarsi e di adeguarsi alle esigenze del mercato, e che rappresenta una nuova costante per la produttività.

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