Rabbia sul lavoro: potere distruttivo o risposta adattiva?

Una decisione aziendale considerata scorretta o ingiusta, una condizione di particolare stress, uno scontro con un collega dovuto a evidenti differenze caratteriali: le situazioni che rischiano di accendere la rabbia sul posto di lavoro sono molteplici.

Ma come reagire? È giusto manifestare apertamente il proprio malessere – nonostante la possibilità che questo sfoci in aggressività –, o è meglio metterlo a tacere?

Cos’è la rabbia?

La rabbia è un’emozione naturale primaria, scatenata dall’istinto di difendersi per sopravvivere nell’ambiente in cui ci si trova. È fortemente radicata nel nostro codice evolutivo e ci aiuta a combattere per la nostra sicurezza, fornendoci l’energia emozionale e fisica per risolvere un problema.

Generazione Z: benessere 1 – 0 rabbia

Sebbene sia quindi perfettamente normale provare rabbia in alcune circostanze, parlare di questa emozione sul posto di lavoro è spesso un tabù. In ambito professionale, esprimere rabbia corre il rischio di generare tensioni tra i collaboratori e – a lungo termine – di dar vita a un ambiente negativo e malsano.

Sono soprattutto le generazioni più giovani a mettere in primo piano il proprio benessere personale, e a considerare un atteggiamento scortese, una critica ingiustificata o un tono di voce troppo acceso semplicemente inaccettabili, soprattutto se arrivano da chi ricopre una posizione di autorità. Un leader tiranno, distruttivo crea insoddisfazione nel team e lo demotiva. Una cultura aziendale permeata da valori come gentilezza e rispetto riduce il livello di stress nei collaboratori, permettendo di vivere il contesto professionale in maniera più serena ed equilibrata.

L’altra faccia della medaglia

Ma diamo un’occhiata all’altra faccia della medaglia: nonostante nell’ideale comune questa emozione possieda un’accezione quasi tossica, una gestione controllata della rabbia può avere risvolti positivi. La rabbia aiuta infatti a valutare una situazione e a indirizzare pensieri e comportamenti verso un determinato obiettivo e risultato in maniera efficace. La frustrazione stimolata dal mancato raggiungimento di un obiettivo, per esempio, è necessaria a mettere in atto una risposta adattiva o funzionale. Talvolta, dalla repressione della rabbia, celata sotto un velo di indifferenza e noncuranza, può scaturire uno stato di apatia dannoso per l’azienda e causa di intenso malessere per i collaboratori. Inoltre, alcuni esperimenti rivelano che, a differenza di chi affoga un insuccesso nella tristezza o nell’imperturbabilità, le persone che reagiscono con rabbia e aggressività si dimostrano più caparbie, meno disposte ad arrendersi, e incentivate a trovare soluzione più creative per superare il fallimento.

La chiave è il controllo emotivo

Quel che è certo, però, è che una manifestazione incontrollata della rabbia tende a danneggiare se stessi e gli altri. La chiave è reagire in maniera emotivamente intelligente, piuttosto che in modo distruttivo o autodistruttivo. Per farlo, è necessario acquisire consapevolezza delle proprie emozioni: riconoscere quando si manifestano e imparare a gestirle. Autoconsapevolezza e autoregolazione – le prime due dimensioni dell’intelligenza emotiva individuate da Goleman – sono fondamentali per evitare che le emozioni sfuggano al nostro controllo e prendano il sopravvento. Un buon livello di intelligenza emotiva permette quindi di sfruttare la carica emotiva, veicolandola in un’efficace gestione dello stress, dei processi decisionali in stato di emergenza o di qualsiasi sfida ci si trovi ad affrontare.

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